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Gustare il piacere della scoperta a scuola in carcere

Ritengo di essere una persona fortunata e forse anche privilegiata: ho potuto studiare quello che ho desiderato, ho potuto formarmi all'estero e viaggiare tanto, ho incontrato grandi maestri di vita e ho avuto importanti punti di riferimento.  Ho potuto leggere tanto e tutto quello che ho desiderato. Ma soprattutto, oggi svolgo esattamente il mestiere che avrei voluto fare fin da quando ero una bambina.

Sono (...non "faccio") un'insegnante perché quello che ho ricevuto dalla vita non mi appartiene e credo sia necessario condividerlo.

Così mi ritrovo a ripensare a questi anni di insegnamento nel carcere di Bari. A quanto ho imparato, a quanto ho ricevuto. Ripenso ai miei studenti che partecipano ai concorsi letterari e ricevono premi; che escono prima di aver sostenuto gli esami di licenza e si iscrivono ad un’altra scuola pur di concludere il loro percorso; che in classe mi sorridono e riprendono a scrivere…

Insegnare è un mestiere davvero affascinante ma difficile. E le difficoltà, a mio parere, non sono legate alla pratica quotidiana delle relazione con l’altro (dove l’altro è, nel mio caso, l’alunno adulto), ma dal confronto con contesti che (ahimè!) spesso seguono logiche completamente diverse da quelle del “fare scuola”. Gli alunni di Barbiana lamentavano una scuola lontana e classista, una scuola fatta per i più bravi. Qualche passo avanti lo abbiamo fatto. Ma non basta.

La criticità di oggi è l’analfabetismo di ritorno che rende necessario e urgente costruire (insieme) strumenti per interpretare la realtà che è sempre più complessa e “liquida” (Baumann): la profondità dell’animo è uguale per tutti ma la capacità di esprimere le sfumature è legata agli strumenti interpretativi e comunicativi in nostro possesso.

È questo l’obiettivo che mi pongo ogni giorno: gustare il piacere della scoperta, provare a comprendere il mondo e potenziare la consapevolezza di essere uomini e donne che vivono pienamente la loro vita. “Se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono (…) la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti” (Daniel Pennac, Diario di scuola). Con il rischio di diventare (o tornare ad essere) facili “prede”…

Per un adulto andare a scuola non è un obbligo ma un privilegio, un’opportunità. Su questa consapevolezza si costruisce. Da questa consapevolezza si parte. Da questa consapevolezza non si può prescindere. La scuola degli adulti non è orientata ad imparare un mestiere (soprattutto per chi un mestiere ce l’ha già), ma a formare cittadini consapevoli. Solo così “attrezzati” potranno perseguire i propri obiettivi lavorativi.

Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. (…) Siamo sovrani” (Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa). Ed eccolo il fine: cavarsela nel mondo, non farsi schiavo. Avere gli strumenti per fare delle scelte consapevoli, per non essere imbrogliato, dominato. Per essere libero! Per essere “sovrano”! Questa è l’ambizione dell’insegnare. E ancora di più dell’insegnare in carcere. Quando la scuola è “ridotta” (come accade con l’orario e i percorsi per gli adulti), il programma va fatto badando alle urgenze, alle priorità. E le priorità non sono altro che la “rimozione degli ostacoli” di cui all’Art. 3 della nostra Costituzione, per permettere a tutti i cittadini di essere liberi, uguali, consapevoli e che permetta loro di partecipare attivamente alla vita del nostro Paese. La scuola diventa così una comunità, diventa scambio, realizza la democrazia e la partecipazione.  Una scuola fatta CON gli alunni, non per gli alunni.

Il cambio di prospettiva è davvero rivoluzionario. Ma non basta. Oggi più di ieri credo sia necessaria “una parola che non puoi assolutamente pronunciare in una scuola (…). Se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti linciano. (…). L’amore” (Daniel Pennac, Diario di scuola).

Mariangela Taccogna

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