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Cambiare il linguaggio per cambiare la cultura

Articolo pubblicato su "Bari economia & cultura" rivista della Camera di Commercio di Bari nel n.3/13 (luglio-settembre)

“Fermate il mondo voglio scendere. Contro il logorio della vita moderna, bevete …”.

Un gagliardo Ernesto Calindri, tra i più bravi attori del teatro di prosa italiano, negli anni ‘60 si introduceva nelle case degli italiani attraverso Carosello, geniale invenzione della televisione, con un linguaggio di stimoli... fantasiosi e poetici e soprattutto accattivanti, allo scopo ultimo di vendere un prodotto commerciale. In men che non si dica, il linguaggio della pubblicità affidato a scrittori, poeti, creativi, si è imposto nel linguaggio del comune parlare quotidiano della gente.

Il passaggio ad utilizzare gli slogan creativi non solo negli aspetti meramente commerciali, ma anche nei rapporti di relazione è stato breve. Tutti ci siamo lasciati catturare dal linguaggio della persuasione fino al punto che lo stesso linguaggio ha finito per non essere più considerato strumento della comunicazione, ma fine. Negli anni, anche scrittori e poeti hanno finito per essere non più “produttivi”, o “meno produttivi” del fine ultimo di vendere un prodotto, o affermare una tesi senza contraddittorio.

La pubblicità nel perseguire, con l’ausilio del marketing e di tecniche sempre più sofisticate, l’obiettivo della persuasione e del convincimento ha percorso strade di maggiore aggressività con un linguaggio sempre più netto e crudo, che preferisse palesemente la convenienza alla relazione. Il linguaggio persuasivo, che omette e penalizza la verità, ha invaso tutti gli aspetti della vita sociale e relazionale. Si parla per slogan, per sinteticità, non certo per sintesi, anche in famiglia, perché si cerca di persuadere gli altri della propria convinzione o idea anche quando questa è una personale necessità o, più banalmente, un personale desiderio. Consentito al linguaggio tutto, pur di vendere, si è rafforzato il senso comune di un’etica della libertà, esplosa a rottura con le regole ferree della millenaria civiltà contadina, indebolendo fino a vanificare i rapporti di relazione, perché inutili in quanto non produttivi.

Così si è consolidata la cultura dominante del consumismo, in cui è meglio considerarci consumatori che persone, alla ricerca di una convenienza, di un guadagno, gravando lo stesso concetto di libertà di un senso utilitaristico personale, senza relazione con gli altri, in cui ogni cosa diventi lecita perché produttiva per la propria ricchezza da consumare. La comunità umana postindustriale ed iperteconologica ha preferito fondarsi sull’etica della libertà, mistificando se stessa, la propria imprescindibile necessità di comunicare tra le persone per il semplice piacere di farlo, senza altri scopi, peggio ancora se “produttivi”.
Si è dunque affermata un cultura non libera, ma schiava del linguaggio della persuasione e della produttività. Una libertà senza regole, che ponga la libertà degli altri non sullo stesso piano, ma ben dopo il guadagno o l’utilità personale, e sfrutti la falsità per farlo, o anche solo la “non verità”, l’omissione, è la negazione della libertà. Ed è l’assenza di libertà a far sentire l’uomo contemporaneo privo di scopo, sofferente, inoperoso, pauroso, incapace di disegnare un futuro della propria vita e quindi della vita di tutta la comunità. Sembrerebbe un paradosso: L’opulenta società occidentale, che dispone di infiniti mezzi come mai nella storia dell’uomo, è in crisi perché non ha più scopo, non riesce più ad essere produttiva perché non produce futuro. Non produce futuro perché nega il pensiero annientando il rinnovarsi della cultura. Insomma se siamo scarsi in cultura oggi lo dobbiamo al linguaggio della persuasione da cui ci siamo lasciati dominare privandoci della relazione tra le persone. Così sono cresciute diverse generazioni, insoddisfatte della vita perché private nell’essenza del bene più bello di cui l’uomo è dotato: comunicare, cioè relazionarsi, conoscersi, comprendersi, confrontarsi, interagire, alimentare il pensiero. Possiamo e dobbiamo invertire la rotta. Come?

Occorre rifondare il modello culturale partendo dall’etica della verità. Non può esserci libertà vera senza verità, così come nessuna relazione tra persone, capace di produrre pensiero e quindi cultura, può nascere senza verità. Dobbiamo lasciar riempire gli spazi delle conquistate libertà personali dalla verità, che sia innanzitutto rispetto delle libertà altrui. Dobbiamo ricollocare l’uomo al centro di ogni processo culturale e anteporre il pensiero all’economia. Dobbiamo ripartire dalla relazione che ci consideri persone e non consumatori, uomini e donne e non numeri, con un proprio nome, una storia, una identità, un vissuto culturale da raccontare e confrontare, parte vitale di un mondo in movimento.
Dobbiamo saper educare a questi valori indispensabili per l’uomo i bambini che sono il futuro. Occorre affermare la verità nel linguaggio della comunicazione dominante imparando a far riflettere sui pericoli del linguaggio della persuasione, e sperimentare nuove forme perché il linguaggio torni ad essere strumento del comunicare. Lo stesso linguaggio che ha introdotto il consumismo come modello culturale può e deve essere lo strumento, affidato alle idee, con cui veicolare il pensiero capace di rinnovare l’uomo. Sull’uso del linguaggio siamo tutti responsabili. Il linguaggio non può e non deve essere considerato prerogativa di tecnici ed esperti. Esso partecipa all’affermazione della cultura dominante. E dunque ne siamo tutti responsabili.
Ne è responsabile l’artista che apre nuove prospettive di pensiero, ne è responsabile il più umile dei venditori ambulanti, che veicola espressioni e relazioni quotidiane nel soddisfare bisogni materiali della gente.

E’ da questa convinzione che è nato il progetto del“Laboratorio della Buona Notizia” promosso dall’UCSI Puglia e che dispone anche di un sito internet, www.buonanotizialab.it, dove raccogliere informazioni nel dettaglio. L’uomo è artefice della cultura, non può sottomettersi ad essa. Anche nell’informazione massmediale, come scrisse Carlo Maria Martini nella lettera pastorale “Il lembo del mantello”, “è necessario favorire il processo di “uscita dalla massa”, perché le persone, dallo stato di fruitori anonimi dei messaggi e delle immagini massificate, entrino in un rapporto personale come recettori dialoganti, vigilanti e attivi.” Nell’informazione il linguaggio può essere un vestito falso o fuorviante, se usato ad arte, con lo scopo non di “informare” ma di “convincere”, non di “far riflettere” ma di “catturare la riflessione”. Secondo una etica di verità, buona fede, rispetto della persona umana, responsabilità, il linguaggio dell’informazione non deve mai prevaricare il messaggio. “La comunicazione di massa, scrive sempre Carlo Maria Martini, tende a ignorare la vera novità, seguendo la legge che solo il già noto è immediatamente comunicabile. Per questo tende a imprigionare l’agire umano nelle categorie dell’utile, dell’audience, dell’erotico, del nemico, del malvivente. Essa va aiutata ad aprirsi alla percezione del nuovo: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”.”

Il Laboratorio della Buona Notizia vuole ripartire dal “fare cose nuove”, perché ogni notizia, pur nella drammaticità a cui la vita ci prova, sia portatrice di speranza, di condivisione, di solidarietà, di bellezza, fondamenti alla base della buona relazione tra le persone. Per questo il Laboratorio, che speriamo abbia successo soprattutto nelle scuole e nelle realtà educative, si affida a giovani e giovanissimi perché, con la necessaria sperimentazione di linguaggi, sappiano offrirsi come inviati della buona notizia capaci di raccontare al meglio possibile, come non fanno i mass media, la realtà familiare, scolastica e sociale del territorio in cui vivono. Un progetto culturale che intende coinvolgere le famiglie, la scuola, gli oratori, le associazioni di volontariato e di servizio, le associazioni di impegno civile e sociale e non ultime istituzioni pubbliche e le imprese che vogliano dare il loro concreto apporto al rinnovamento che la società richiede, per uscire dal “pantano” e favorire una cultura a servizio dell’uomo.

Enzo Quarto
Presidente Unione Cattolica Stampa Italiana di Puglia

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