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Anche il linguaggio, che è forma, risponde all’etica

La forma è sostanza. Il linguaggio è forma della comunicazione, dunque il linguaggio è sostanza.

La forma è sostanza. Il linguaggio è forma della comunicazione, dunque il linguaggio è sostanza. Nelle arti come nelle scienze, come in ogni attività umana, la forma è il modo di comunicare, al meglio che si ritiene possibile, il proprio pensiero, la propria ricerca, la propria elaborazione materiale o immateriale che sia.

La forma, molto spesso, è l’aspetto principale che cattura l’attenzione, che aiuta la riflessione e/o l’assimilazione del messaggio. Anche nella comunicazione massmediale spesso è il linguaggio a catturare l’attenzione, poi, eventualmente si pensa al messaggio. Usato abilmente il linguaggio può prevaricare lo stesso messaggio esplicitamente dichiarato, per favorire altresì l’assimilazione di altri messaggi meno espliciti, ma “emozionalmente deduttivi”, soprattutto in presenza di immagini e/o suggestioni.
Il linguaggio (la forma) può essere un vestito falso o fuorviante, se usato ad arte, con lo scopo non di “informare” ma di “convincere”, non di “far riflettere” ma di “catturare la riflessione”. Dunque, anche il linguaggio deve rispondere ad un’etica i cui valori di base siano: verità, buona fede, rispetto della persona umana, responsabilità, in un rapporto di lealtà con il messaggio che contiene. Una forma che fosse priva di etica svuota di etica il contenuto stesso.

Ne consegue che il linguaggio non deve mai prevaricare il messaggio, ma esserne strumento. Non sempre questa regola è rispettata nella manipolazione della comunicazione massmediale. Assistiamo ad una eccessiva “liquidità del linguaggio” che porta i titoli a prevaricare gli articoli, i lanci a dire ciò che i servizi tv nei tg non dicono, le immagini postate on line da chiunque a sostenere preliminarmente, nel nome di una verità che è manipolazione, un messaggio precostituito.

La domanda a cui non solo i giornalisti, ma tutti, siamo chiamati a dare una risposta è: può esserci buona fede, rispetto e verità se si usa una forma ingannevole, a prescindere dal messaggio, al solo scopo di catturare l’attenzione? Essere distratti di fronte a questi interrogativi mette oggi a rischio la stessa democrazia partecipata nella complessa società globalizzata in cui viviamo, per perdita di credibilità di uno dei fondamenti della vita umana: la comunicazione.

Il linguaggio fuorviante ci allontana dai contenuti per dare spazio ad una “animalesca” gara di parole senza idee, in cui soprattutto la politica, segno del malessere generale della società, è precipitosamente caduta. Una forma altisonante ed enfatica produce un messaggio altisonante ed enfatico, quasi mai vicino alla verità.
Aldo Moro, a cui molti continuano impropriamente ad appellarsi senza farne proprio l’esempio, ascoltava tutti, soprattutto i nemici, e cercava di portare a sintesi le idee nell’interesse del bene comune, mai con un linguaggio privo del rispetto della persona umana. La sua era un politica ad includere non ad escludere. Perché quando si esclude in democrazia, ci si priva di una fetta importante della società, delle idee che rappresenta, dei bisogni e delle esigenze che manifesta.

Persino nei paesi anglosassoni, dove il bipolarismo è radicato da tempo, nessuno pensa di vincere a scapito dell’altro. Semmai di avere una responsabilità in più al proprio programma, quella di considerare anche le ragioni dell’altro nell’interesse della comunità. Per provare ad includere e non ad escludere potremmo ripartire dal linguaggio. In questo senso grande responsabilità ha la stampa “irretita” in Italia da un dualismo conflittuale tra editori avversari finanziatori per nulla occulti della politica.

Enzo Quarto
Presidente UCSI Puglia
enzoquarto@fastwebnet.it

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