Esaminate ogni cosa e trattenete ciò che è buono Paolo di Tarso

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Ricordi quasi persi...

Su di me il cielo era azzurro intenso, spesso qualche aquila con le ali ferme mi girava intorno. Ci guardavamo. Poi lei andava via e con lei volava una parte di me.

Ricordo che le mie vacanze estive le trascorrevo in montagna. I miei erano “nordici” e mia madre era affezionata alle sue amicizie, alle curiosità degli anni che si accumulavano nell’inverno, per poi essere comunicate d’estate alla “Grande Assente”.

Per cui mentre lei trascorreva i pomeriggi a raccontare e raccontarsi, alternando meraviglie e ricordi, io prendevo, da solo, con tre panini con burro e zucchero ed uno zainetto, i sentieri nascosti e scoscesi della montagna. All’ombra dei noccioli, dei castagni, delle querce, delle betulle dei tigli e degli abeti, addentrandomi nel bosco sino agli abbeveratoi in pietra delle vacche, dove una fonte continua di acqua freschissima mi dissetava e dove riempivo la mia borraccia.

Nelle vicinanze c’era una pozza d’acqua quasi ferma dove si raccoglieva l’acqua che fuggiva dalla vasca-abbeveratoio. Non era profonda, appena cinquanta centimetri per tre metri quadri. Da un lato c’era l’inizio del ruscello di acqua che si perdeva nel bosco, dissetando gli alberi e i vari animali piccoli e grandicelli che lo frequentavano. Nella pozza d’acqua c’erano le rane, le bisce e le vipere, si bagnavano timidamente e andavano a caccia, ma sempre pronte a nascondersi appena si accorgevano di me.

Contrariamente a loro, le libellule, quella imperatore e altre di più piccole dimensioni, mi allietavano con le loro acrobazie, il loro volo stazionario…erano a caccia, e per loro ero una preda troppo grande…

C’erano insetti che riuscivano a camminare sull’acqua. Sulle sponde e fra le foglie, grandi ragnatele tessute con maestria architettonica e ingegneristica da abili e paffuti ragni apparentemente assonnati nel centro di esse. Sugli alberi e fra i rami, scoiattoli si rincorrevano con disinvoltura e qualche volta, vincevano la loro tipica diffidenza regalandomi un incontro ravvicinato, ma sempre in allerta a guizzare via appena scorgevano un semplice movimento della testa per guardare meglio.

Da quella “pozza” proseguivo verso l’alto. Verso la sommità dell’alta collina e, di cima in cima raggiungevo la vetta della montagna più alta, dove il bosco cedeva il posto alla radura, poi ai cespugli, poi ai ghiacciai ed infine alla roccia ed iniziava un sentiero che inerpicandosi fra le pietre, i salti, la “scale” intagliate nella roccia, saliva in vetta dopo una lunga, faticosa ed inebriante salita.

Da lassù, dominavo la vallata e quando non c’era foschia, a destra, si scorgeva Milano ed ancora più lontano il mare…

Su di me il cielo era azzurro intenso, spesso qualche aquila con le ali ferme mi girava intorno. Ci guardavamo. Poi lei andava via e con lei volava una parte di me.

Rimanevo lassù a godere lo spazio, mi sentivo libero, forte, e gustavo il dolce sapore del pane con burro e zucchero, poi un sorso d’acqua fresca. Il tempo di riposare un po’ e rimettermi in cammino scendendo dalle rocce e rientrando nel bosco verso un sentiero che sapevo mi conduceva nell’aia di una stalla.

Il cane da guardia mi conosceva, avevamo dormito insieme tante volte. Mugolava e scodinzolava ogni volta, saltellandomi intorno. I gatti un po’ restii e indipendenti, non avevano paura dei cani e si facevano accarezzare sollevando la coda, ronfando e miagolando.

Arrivavo là quasi sempre poco prima della mungitura ed il contadino con la sua famiglia era molto impegnato. Qualche volta mi permetteva di aiutarlo a mungere qualche mucca, oppure a raccogliere il fieno o sistemarlo in stalla. Aiutavo a rompere la legna ed accatastarla per l’inverno. Sua moglie ed una delle figlie più grandi mi raggiungeva con del vino freschissimo e limone, oppure con del latte fresco e cremoso.

A volte restavo per la cena ed il profumo della polenta con fette di formaggio era la tipica dose serale. Loro parlavano in dialetto che capivo, ma io non parlavo.

Non avevano la televisione, e dopo aver lavato i piatti, mentre la moglie rigovernava la casa per la notte, il marito si sedeva a fumare sul poggio davanti alla casa e alla sua vallata.

Restavo con lui un po’ finché si allontanava, mentre io mi sdraiavo sull’erba a guardare il cielo stellato in compagnia di una delle sue figlie più grandi, che mi raccontava i suoi sogni. Spesso non tornavo a casa, preoccupando mia madre. Dormivo col cane…

E.D.O.

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