Esaminate ogni cosa e trattenete ciò che è buono Paolo di Tarso

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Racconto di Natale

“Forse non avevo visto la nonna che era una piccola donnina graziosa nei suoi settanta anni. Sempre pulita, ordinata e in buona salute. NO! Non era lei…e allora?! La finestra non chiusa bene si spalancò e un brutto ventaccio mi colpì il viso”… Io me ne starò qui ad ascoltare il vostro vociare, ma non sentirò più il profumo delle bucce di mandarino che posavano sui miei carboni; né la poesia di un tempo ormai passato”.

Decisi di scendere quei dieci scalini che portavano in cantina. Non avevo più la paura di prima, ma anche con quel mio piccolo coraggio avevo preso la mia decisione e non volevo tornare indietro. Presi a scendere quegli scalini…uno, …due…,  tre…; mi accorsi che stavo tremando… dopotutto avevo solo 10 anni… ed ero solo!

La mamma era di sopra e chiacchierava con la nonna; sentivo le loro voci ma non capivo di cosa stessero parlando. Ogni tanto sentivo il mio nome: che voglia di chiamare la mamma!!!

Quattro…, cinque…, sei…mi fermai ancora prima di scendere gli ultimi quattro gradini… avevo sentito un brontolio; questo mi irrigidì e se fossi stato un gatto mi si sarebbero rizzati tutti i peli.

Ma insomma ero o non ero un ometto??

Basta!

Sette…, otto…, nove… presi tutto il coraggio che mi rimaneva e scesi l’ultimo gradino.

Da una finestra (più che altro una fessura abbastanza grande e con delle sbarre di ferro che mi facevano somigliare quella stanza ad un carcere), penetrava poca luce.

(Una volta la mamma mi aveva fatto notare il carcere che si trovava nella nostra città e le sbarre di ferro costruite a quadretti erano proprio come quelle che avevo di fronte a me.)

La mamma, ma soprattutto la nonna, ci teneva ad avere sempre pulita quella stanza e non si sentiva odore di chiuso benché la piccola finestra fosse chiusa.

Già! Eravamo al 24 dicembre e faceva freddo.

Ancora quel brontolio: trasalii, ma questa volta mi resi conto che era la caldaia del riscaldamento. Ormai non si usavano più i vecchi attrezzi  che la nonna ricordava con  nostalgia. Si aprì improvvisamente la finestra per una folata di vento più forte delle altre; per non sentire freddo, salii su una piccola scala (che sembrava fatta apposta per quell’uso) e la richiusi. Ero appena disceso che sentii un sonoro starnuto! Mi voltai! Pensai di trovarmi di fronte la nonna che ogni tanto scendeva giù tra i suoi ricordi. Mi guardai intorno… nessuno! Ancora una volta uno starnuto!

Forse non avevo visto la nonna che era una piccola donnina graziosa nei suoi settanta anni. Sempre pulita, ordinata e in buona salute. NO! Non era lei…e allora?! La finestra non chiusa bene si spalancò e un brutto ventaccio mi colpì il viso.

“Cosa aspetti a chiudere?!” Sentii gridarmi da qualcuno. Mi affrettai, ma questa volta avevo ripreso tutto il mio coraggio e chiesi con voce ferma: ”Chi ha parlato? “

“Stupido ragazzaccio sono io non mi vedi?”

“No! Ma dove sei?”

“Vicino ai tuoi piedi!”

Guardai in basso e vidi una specie di grande tegame lucido all’esterno (la nonna ci teneva) e nero come il carbone al suo interno.

“Ma chi sei? Non ricordo di averti mai visto”

“Eh, si! Ormai siete tutti diventati signori e avete dimenticato le cose del passato!”

Mi accorsi che stavo parlando con quella cosa che era…ma cos’era? Io so che quaggiù papà deposita le cose che un tempo si usavano e che ormai erano state superate dalle cose nuove, moderne e belle.

“Mi avete dimenticato tutti! Nessuno più ha bisogno di me e giaccio, io che ero sempre molto caldo, in questo angolo al freddo”.

“Io non ricordo di averti mai visto”, aggiunsi.

“Si lo so”, riprese a parlare quella cosa… “sei troppo piccolo per ricordarti di me! Un tempo per la strada passava un ometto tutto nero con un carrettino dove c’era il carbone e che per la strada gridava - CARBONE, chi vuole carbone! - La gente scendeva giù quasi correndo e lo acquistava tutta felice. Poi lo portava in casa e lo depositava dentro di me per dargli fuoco. Un tepore improvviso riempiva la stanza ed io ero felice di vedere quei visi, anche dei bimbi, sorridere e tendere le mani sul mio carbone ardente.  Ogni tanto si sentiva la voce dei grandi sgridare i bambini che, avvicinatisi troppo, correvano il rischio di bruciarsi come era accaduto al tuo papà che venne  a sedersi sui carboni”. Che dolore… se ci penso, per il mio papà e la preoccupazione per i miei nonni.

“Comunque andò tutto bene… ma ci volle molto tempo…”

Ma quanti profumi venivano da sopra! La nonna aveva preparato una focaccia con la cipolla; la mamma li purcidduzzi, deliziosi con il miele.

Nel camino che uno spazzacamino aveva provveduto a pulire in tempo per l’inverno che arrivava, c’era una pignatta  dove bolliva il ragù. La zia che era andata in giro per i mercati era ritornata con una montagna di caldarroste.

Anche lo zio aveva provato a cucinare e così preparò i ceci e le fave arrostite.

“Ogni tanto” riprese a dire il braciere “qualcuno gettava sul mio carbone le bucce di un mandarino e un profumo, unico nel suo odore, riempiva la stanza. Un’altra zia intanto preparava le cartellate (era molto brava in questo!). In mezzo a tutta questa confusione i bambini di allora” diceva il braciere “che ora sono uomini (come il tuo papà che mi ha dimenticato) affollavano le stanze e i loro occhi correvano all’albero di Natale con accanto il presepe per i numerosi doni che Babbo Natale aveva lasciato per loro la notte prima. Ricordo anche come veniva costruito il presepe: del legno, della carta che rappresentava le montagne e quella che rappresentava, piena di stelle, il cielo. In cima all’albero di Natale troneggiava la stella cometa! Poi si mettevano le statuine con i pastori e le pecorelle; un poco lontano i Re Magi. Quindi arrivavano tutti i parenti che si sedevano intorno ad un grande tavolo rotondo ed io ero lì a scaldarli e ad osservare le loro scarpe per camminare sulla neve. Quando giungeva l’orario tutti a tavola per giocare e dopo per assaggiare tutte le delizie preparate. I bambini aspettavano spazientiti i doni arrivati e ognuno fantasticava su cosa avrebbe ricevuto”.

“Ma come mai ricordi tutti i particolari?”

“Ahha! Il braciere confessò: ero  molto attento a tutto e non mi sfuggiva niente; neanche quando si faceva il giro per tutte le stanze con il bambinello che poi veniva deposto nella mangiatoia. A questo punto si cantava una nenia per farlo addormentare. Si arrivava così intorno alla mezzanotte: i bambini a letto sognavano i propri doni, i parenti cominciavano ad andare via ed io, dimenticato da tutti, mi spegnevo lentamente mentre un suono insistente di campane riempiva la notte. Oggi avete i termosifoni; fortuna vuole che avete conservato le tradizioni di allora.. Io me ne starò qui ad ascoltare il vostro vociare, ma non sentirò più il profumo delle bucce di mandarino che posavano sui miei carboni; né la poesia di un tempo ormai passato”.

“Lo capisco, caro braciere, comunque voglio fare anche a te gli auguri di Natale!”

“Francesco dove sei?”

“La mamma mi chiama e devo andare, ma tornerò per non lasciarti sempre solo e per ascoltare le cose del passato che io non conosco. Ciao braciere!”

“Ciao Francesco, a presto!”

“Francesco vieni, ti stiamo aspettando tutti!!!”

Ettore

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