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La famiglia che vorrei

“Vorrei trovare un lavoro che mi piaccia e da poter svolgere con passione, come il barista. La cosa che più mi auguro, per la quale combatterei con tutto me stesso, è che tutte le esperienze negative vissute sulla mia pelle non capitino mai ai miei figli”

Caro lettore,

chiunque tu sia, spero tu abbia voglia di ascoltarmi…

Sono Francesco, un ragazzo come altri. In questo momento il tempo pare essersi fermato. Io però non mi arrendo e già immagino il futuro. Mi aspetto di trovare la ragazza giusta per me: che non mi giudichi per il mio passato ma per quello che sono realmente. Una ragazza che mi sappia capire anche nei momenti difficili, mi sappia prendere nel modo giusto e che riesca a consigliarmi ciò che è bene fare o non fare.

Io vorrei essere capace di fare la stessa cosa nei suoi confronti, in modo da costruire un rapporto sincero e sereno. Non le prometterei mai una vita da principessa, ma farei di tutto per regalarle una vita normale piena d’amore e d’affetto. Con lei vorrei dei figli, almeno un maschietto ed una femminuccia. Prima il maschio, però: lui crescendo potrebbe tenere d’occhio la sorellina…

Per loro sì che sarei pronto a tutto! Non so cosa voglia dire diventare padre, posso soltanto immaginarlo, ripensando a ciò che ha fatto mio padre per me.

I figli sono i germogli della vita e spetta ai genitori curarli e crescerli nel miglior modo possibile, con molta passione e tanto amore.

Il maschietto vorrei chiamarlo Anthony (sempre che la mia futura moglie sia d’accordo). Vorrei che crescesse bene, parlasse correttamente in italiano e fosse molto educato; che andasse tanto bene a scuola da sentire solo giudizi positivi dai suoi insegnanti.

La femminuccia vorrei chiamarla Jennifer e crescerla come la mia piccola principessa. Da lei mi aspetterei il massimo: ottimi risultati a scuola; che fosse civile ed educata; che frequentasse un corso di danza e che facesse ciò che fanno tutte le ragazzine alla sua età. Alle altre cose, più o meno importanti per una donna, credo ci penserebbe la madre.

Vorrei che la mia famiglia fosse molto unita e che tra tutti i componenti ci fosse un rapporto affettuoso e sincero, così da poter condividere reciprocamente l’uno i problemi dell’altro e, insieme, trovare la migliore soluzione possibile a qualunque difficoltà si presentasse sul nostro cammino.

Vorrei che la crescita dei miei figli coincidesse con quella dell’intera famiglia, imparando ognuno cose nuove, anche dai propri errori. Desidererei avere sempre accanto i miei figli la domenica e nei giorni di festa, anche quando saranno più grandi e si saranno formati una loro famiglia. Sogno già le emozioni che i nipotini, spero tanti, sapranno regalarmi.

Ti racconto questo, caro amico lettore, perché ho imparato molto dalla mia esperienza. Sai, da piccolo, fino all’età di otto anni, ero sempre incollato alla mia cara mamma; poi, a causa della cattive amicizie frequentate, cominciai ad andare controvoglia a scuola, per dedicarmi soltanto al calcio.

Mia madre si impegnava ad accompagnarmi a scuola, ma io scappavo comunque. Smisi di andare volentieri anche al catechismo. Passavo gran parte del tempo in quell’appartamento (una casa famiglia) a giocare alla playstation o con gli altri bambini che, a malapena, riuscivano a farmi sentire meno la nostalgia di casa che mi assaliva soprattutto la sera, sotto le coperte.

Fu proprio la nostalgia della mia famiglia, mio caro amico, a farmi decidere un giorno, dopo quasi tre anni, di scappare da quell’appartamento a me ancora estraneo.  Avevo solo dodici anni e mi feci tre chilometri a piedi per raggiungere la stazione ferroviaria e saltare sul primo treno. Mi nascosi nel bagno e vi restai chiuso finché gli altoparlanti non mi annunciarono che ero giunto a destinazione.

Tornai di corsa a casa e riabbracciai tutti i familiari: mia madre, mio fratello, mia sorella, i nonni materni. Erano rimasti tutti in pensiero, essendo stati informati della mia fuga. Da quel giorno nessuno si ripresentò alla nostra porta per portarmi via di nuovo. Ricominciai la mia cara e vecchia vita, diviso tra la famiglia e gli amici nel quartiere.

Quegli amici che mi portarono sulla cattiva strada, rapine incluse. Soltanto oggi me ne rendo conto.

E giunse il tempo della polizia, degli arresti, degli allontanamenti da una comunità educativa, fino all’ingresso in carcere. Dove sono ancora oggi. Dove sto provando a cambiare.

Qui in carcere, ad esempio, ho preso la licenza di scuola media, ho fatto la prima comunione e infine la cresima. In ognuna di queste occasioni avrei tanto voluto accanto la presenza della mia famiglia.

Ecco perché sono ancora qui, caro lettore, a raccontarti la mia storia e ciò che mi aspetto dal futuro. Vorrei trovare un lavoro che mi piaccia e da poter svolgere con passione, come il barista. Così potrei realizzare il mio sogno familiare ed evitare di ricadere negli errori fatti.

La cosa che più mi auguro e che desidero con tutto il cuore, per la quale combatterei con tutto me stesso, è che tutte le esperienze negative vissute sulla mia pelle non capitino mai ai miei figli.

Loro non saranno nessuno per il resto del mondo, ma nel mio cuore saranno il mondo intero.

Francesco

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